La vita di Homer con una foto al giorno..Geniale..

La vita di Homer con una foto al giorno..Geniale..
PROLOGO Ho tagliato barba e capelli. Completamente, adesso sono un uovo. Ne avevo bisogno, dovevo cambiare, lasciarmi alle spalle qualcosa, che non è necessariamente brutto ma andava lasciato alle spalle. E comunque, non so perché, ma è strano trovarmi di nuovo solo davanti a questo pezzo di carta che mi chiede qualcosa, a cui però non riesco a rispondere. A dire la verità non capisco neanche bene cosa vuole. Una storia mi pare di sentirlo, mi chiede una storia, ma per quanto mi sforzi a pensare non ci riesco; forse dovevo lasciarmi alle spalle qualcos’altro.
Una storia, che storia? D’amore, di guerra, di amicizia, di lotta, d’odio, di solitudine, che storia? Forse dovrebbe raccontare di me, o forse no, sarebbe triste. La dovrei inventare, ma non ho idee.
Potrebbe iniziare con una sigaretta, della cenere sul pavimento, un po’ di musica in sottofondo. Chi fuma? Un ragazzo della mia età, uno studente. No, così sono io; allora lavora e ha superato i venticinque da un po’. Fuma ed è ubriaco, in una sera di settembre, sulla sua veranda, fuma e guarda il cielo e pensa. Pensa che la sua vita va avanti giorno per giorno e lui non può fare niente per evitarlo, pensa che anzi deve fare di tutto per vivere al meglio quello che gli capita.
E’ un inizio, può andare bene, ma ci vuole qualcos’altro. Abbiamo detto lavora, scrive per un giornale, un lavoretto così, per pagarsi gli studi di fotografia; si, la fotografia è la sua più grande passione, va sempre in giro con la sua vecchia Yashika minitech, non gli piace il digitale, anzi ha anche una piccola camera oscura in casa, in una stanzetta. Le sviluppa lui, le foto, gli piace quella semioscurità, il contatto con la pellicola e con la carta, l’odore della cellulosa, quelle immagini che si disegnano da sole piano piano.
E adesso? Adesso fuma e pensa, guarda il cielo dalla veranda ed è ubriaco…Questa storia manca di mordente, è statica, ci vuole qualcosa, un colpo di scena, una volta, come direbbe Federico. Si, ci sono! Proprio mentre sta spegnendo la sigaretta, esce una donna bellissima, alta, come una visione così all’improvviso sulla sua veranda, bionda e bellissima, gli si fa incontro, lentamente, gli si sdraia sopra e cominciano a fare l’amore per tutta la notte ………………………………………… Ma va’, banale e scontato, veramente deludente, che tristezza…
I
- …Lei mi deve credere, io ci sono stato. Glielo giuro dottore, ci ho vissuto per ben cinque anni…
- Si calmi, le credo, è solo che non capisco dove. Dov’è questo posto?…
- Alla città dei polli.
- Dei polli?
- Si, dei galli.
- Dei polli o dei galli?
- Non si soffermi su questo piccolo stupido particolare dottore, dei polli o dei galli non fa alcuna differenza, in fondo è sempre lo stesso animale. Avevo anche trovato un buon lavoro, in una compagnia d’assicurazioni, guadagnavo bene. E non mi esca con la storia degli sciacalli, gli assicuratori sono persone per bene, proprio come me e lei. Era un sogno, stare lì intendo, il sogno di tutti credo, anche il suo sicuramente…
- Se si spiega meglio forse glielo posso confermare… Si insomma, sono dieci minuti che cerca di convincermi dell’esistenza di questo posto, ma non mi ha ancora spiegato che cos’è, cos’ha di particolare.
- Cos’ha?…E’…semplicemente…magnifico. Non è facile da raccontare, è…ecco…Dio mio se ci ripenso…Le faccio un esempio. Il sole. Vede, il sole sorge e tramonta per tutti a un ora diversa. Non so, è come se fosse regolato con l’orologio biologico di ognuno, di ogni abitante della città intendo, si alza con lui al mattino e poi lo accompagna fino a casa la sera; ma non è un sole normale, non è troppo forte né troppo fiacco, non dà fastidio. E la luna invece sta sempre lì, nel cielo, giorno e notte, sopra la testa di ognuno e basta alzare lo sguardo per vederla, da dovunque, giorno e notte, perché non c’è mai una nuvola che la copre.
- Faccio un po’ fatica a crederle, ma vada avanti mi piace.
- Lo credo bene mio caro dottore…Comunque le dicevo…Prenda l’evoluzione. E’ come se qualcosa sia andato storto nel corso dei secoli, o dritto a seconda della prospettiva da cui si guarda. Gli animali hanno il dono della parola, e non solo, sono anche dotati di…qual’è il termine…raziocinio, sono integrati nella società, hanno il loro posto in municipio, negli esercizi commerciali e negli uffici pubblici, sono integrati. Qualche anno fa, pensi, era stata sgominata una banda di cavallette responsabili di alcune rapine ai supermarket.
- …
- Le giuro, cadute in un’imboscata del commissario Popèt, una puzzola.
- Si. Quindi persone e animali vivono in armonia, anzi sono alla pari?
- Lei continua a dubitare di me. Pensa che io sia pazzo…Già, è proprio questo che sta pensando, che sono pazzo e che sto inventando tutto per un qualche assurdo motivo. Ma non è così, glielo assicuro. E’ un posto fantastico le dico, la gente è fantastica, e per gente intendo anche gli animali, tutto è più piacevole, leggero. Basti pensare al fatto che non esistono i soldi.
- Questa poi…Com’è possibile? Com’è che si acquista? Come si vive? Come lo compra lei il cibo?…
- Mettiamo che lei ha un locale, così solo per ipotesi, non si offenda, una panineria. Le si rompe il cesso a casa…mi scusi, le si guasta il cesso a casa e chiama un idraulico per ripararlo. Ebbene, l’idraulico non le presenterà il conto, non le chiederà soldi per il suo lavoro, perchè semplicemente lei gli offrirà da mangiare in un possibile futuro, e non perché glielo deve ma perché è così che è giusto. E’ la mentalità che è diversa.
- E chi non può permetterselo, i disoccupati ad esempio, come ricambiano il “favore”?
- Non esiste la disoccupazione, tutti si rendono utili in un modo o nell’altro. C’è solo una persona senza lavoro, il vecchio Abram, e con lui si è più comprensivi, che ci vuole fare…
- Mi scusi allora se le faccio questa domanda, ma, perché è andato via da questo posto così meraviglioso? Prima ci viveva, giusto? Allora perché non ci abita ancora adesso, perché se né andato?
- Vede dottore, a volte si fanno delle cose di cui poi ci si pente…degli incidenti di percorso…sono dovuto scappare, volevano uccidermi…
- Chi? Chi è che voleva ucciderla?
- …Ecco…è andata così, tornavo come ogni sera a casa dal lavoro, a piedi, abitavo a cinque minuti dalla sede della società per cui lavoravo, fumando la mia sigaretta. A dire la verità in quel periodo avevo smesso, ma, ogni tanto, mi concedevo qualche spinello, e siccome era stata una giornata particolarmente intensa, volevo scaricare un po’ di stress. Sebbene il concetto di stress sia molto relativo lì. Comunque fumavo mentre tornavo a casa. Arrivato quasi al marciapiede del mio palazzo, inciampo su un tombino mezzo aperto e, per tentare di mantenere l’equilibrio, lascio cadere la ventiquattrore che portavo, che finisce proprio addosso al signor Brinker, un mio vicino di casa, una blatta che lavorava dal benzinaio in fondo alla strada, lasciandolo tramortito al suolo. E mi creda dottore, feci tutto il possibile per aiutare quella povera creatura a rimanere in vita, ma non ci fu nulla da fare. Gettai il suo corpo esanime nel tombino su cui ero inciampato. Non c’era nessuno in giro a quell’ora, ma voltandomi all’improvviso, mi accorsi che sua moglie e i suoi due figli, quel che restava della famiglia Brinker insomma, avevano assistito alla scena, erano dei possibili testimoni. Il panico mi prese, non sapevo che fare, cominciai a inseguirli per schiacciarli, ma uno dei due scarafaggini riuscì a sfuggirmi. Fui accusato di omicidio di primo grado e condannato a morte. Riuscii a fuggire qualche giorno dopo dalla prigione, e non le starò a raccontare come perché sarebbe troppo lungo, ho vagato per due giorni e tre notti senza sapere dove mi trovassi, per poi ritrovarmi qui davanti a lei il terzo giorno. A proposito dove siamo?
- …Siamo a Roma…La sua storia è surreale ma nello stesso tempo non riesco a smettere di seguirla…e mi dica un po’, come mai in un posto così aperto, liberale, civile aggiungerei e meraviglioso vige ancora la pena di morte?
- Si, beh, è un piccolo inconveniente, ma comunque con un po’ di attenzione si può evitare.
- …
- Dio mio, quanto mi manca, avevo anche una donna lì, si chiamava Aria. Pensi che sua madre era una bellissima cerva. Non scherzo, era la figlia del mio capoufficio, un uomo alto non molto simpatico, e di questa cerva, la signora Cram.
L’avesse vista dottore, non la madre, stupenda, la conobbi alla festa per il centenario della società, ma quella sera non ci scambiammo che un ciao. Poi la rividi davanti a una vetrina un giorno per caso e mi avvicinai. Anzi a dirla tutta fu lei che si avvicinò. E cominciammo a parlare. Era speciale, particolare, unica, e non parlo solo dell’aspetto, le parlo di tutto il resto, e poi la sua voce agrodolce, allegra che illuminava l’ambiente, quanto mi manca. E Dio m’è testimone, aveva gli occhi di sua madre, vivi, splendidi, li adoravo, gli occhi di una cerva. Quando eravamo assieme respiravo, scusi il gioco di parole, un’aria diversa, più bianca, tanto che i miei polmoni non ne potevano più fare a meno…
- Senta…devo andare, c’è della gente che aspetta da più di un quarto d’ora. E’ stato interessante parlare con lei, molto, e per quello che può valere le credo. Un’ ultima cosa, come ci si arriva?
- Gliel’ho spiegato dottore, sta proprio al confine tra…
II
Decise di non tornare a casa. Non quella sera. Sarebbe andato a rifugiarsi nel suo bar preferito, si sarebbe scolato un paio di birre per poi passare a qualcosa di più forte. E sicuramente, dopo il suo quarto drink, avrebbe cominciato a pensare alla cameriera, Luna. Faceva così ogni volta che entrava in quel posto, passava quasi un ora a bere, in silenzio seduto al bancone, cercando di non pensare a lei, e beveva fino a far scivolare la sua lucidità dentro i calzini. Poi crollava. Quando il suo io si addormentava, era libero di fare dire o pensare qualsiasi cosa. Ma essendo lì, la prima cosa che gli passava per la testa, nonostante i suoi ardui tentativi, era proprio Luna.
Stava bevendo la sua prima vodka, aveva già superato la fase birretta tranquilla, era deciso a entrare nell’alcol. Il locale era quasi vuoto. C’erano solo tre persone sedute ad un tavolino rotondo in fondo alla sala che parlavano sottovoce, sghignazzando ogni tanto, e due tipi da bancone che guardavano il fondo dei loro bicchieri e bevevano, continuando a fissare il fondo.
Aveva bisogno di parlare con qualcuno quella sera, prese il telefono dalla tasca e chiamò. Di lì a poco sarebbe arrivato Nikola. Chiamava lui perché tra i suoi amici era quello ricco, che non aveva bisogno di lavorare, e che quindi trovava sempre un po’ di tempo per una bevuta e una chiacchierata. E poi lo conosceva da sempre, era una delle persone che gli erano più vicine.
La barista era intenta a lavare decine di bicchieri, dava le spalle al bancone e lavava, lui la osservava, poi beveva, si soffermava anche lui sul proprio bicchiere per qualche secondo, e tornava a posare gli occhi, ormai quasi spenti su di lei. Poi si aprì la porta, Nikola entrò e si sedette sullo sgabello accanto all’amico, ordinò un Cuba libre e cominciò a bere anche lui.
- Allora…che mi racconti di nuovo? E fa che siano buone notizie, stasera non ho proprio voglia di deprimermi.
- Poi comunque mi spieghi come fa a deprimersi uno che non deve lavorare per vivere, ha un sacco di soldi e di amici, per non parlare poi delle donne e della sua vita sessuale che forse non è mai andata così bene come in quest’ultimo periodo. Solo a guardarti mi deprimo io.
- Guarda che adesso sto cercando lavoro, ho un colloquio proprio domattina in una agenzia pubblicitaria.
- Nell’industria del marketing e della pubblicità manchi solo tu effettivamente…
- Su questa passo sopra perché so che è l’alcol…L’hai vista stasera?
- Chi?
- Lei, Luna, stasera è più bella del solito, un giorno di questi la invito a uscire, le regalo un bel fiore e magari le offro anche una cena, le donne impazziscono per questo, sono sicuro che a fine serata ricambierà, non so se mi capisci…
- Complimenti, sempre poliedrici i tuoi ragionamenti, comunque basta con questa povera ragazza, le auguro di non doverti mai incontrare fuori da qui. Nikola, io domani parto.
- Come parti? Dove vai?
- Parto. Vado via.
- Mi prendi per il culo?
- No.
- …
- Ieri mattina ero alla tavola calda, stavo servendo dei signori, entra dalla porta un tipo un po’ malmesso, sembrava un barbone, e si siede a un tavolo. Mi avvicino per prendere l’ordinazione e lui mi afferra il polso e mi trascina sulla sedia di fronte alla sua. Comincia a raccontarmi una storia, di un posto favoloso dove lui viveva, un posto strano.
- E allora?
- Allora comincia a dirmi che tutti sono felici, che i soldi non esistono, che gli animali sono persone e che lui stava con la figlia di una cerva. E poi tutta una serie di cose. Credo fosse pazzo, continuava
a chiamarmi dottore e aveva uno sguardo, non so, ossessivo e ossessionato. Voglio raggiungere questo posto, mi ha anche spiegato dov’è.
- Fammi capire bene, un pazzo entra nella rosticceria dove lavori,…
- E’ una tavola calda.
- Nella tavola calda dove lavori, ti racconta una storia da pazzo, tu gli credi e decidi di partire, così all’improvviso, verso un posto che non sai dov’è, anzi probabilmente non esiste nemmeno. Ripeto la domanda, mi prendi per il culo?
- Ti dico che mi ha incantato, c’era nelle sue parole qualcosa di…non lo so, mi ha convinto. E poi voglio trovare quella ragazza, la figlia della cerva, voglio vederla.
- A me continua a sembrare assurdo, ma se è quello che vuoi fare, allora spero che ci riesca, anzi ti accompagnerei ma domani sera ho un appuntamento.
- Non importa, meglio se ci vado da solo, comunque grazie.
- Allora a te e al tuo viaggio.
Nikola bevve tutto d’un sorso quello che era rimasto nel bicchiere, i due si salutarono, con un abbraccio, e uscì dal bar. Lui invece rimase lì ancora qualche minuto, seduto a quel bancone che sperava di non dover rivedere.
Poi arrivava l’ora di chiusura e usciva tra il triste e l’allegro, tra il deluso e il soddisfatto, si sedeva sul ciglio del marciapiede, accendeva una sigaretta e aspettava. Qualche minuto più tardi usciva anche Luna. Lui la guardava chiudere a chiave la porta e stringersi nel cappotto nero con la cintura.
- Ciao.
- Ciao.
- Hai una sigaretta?
- Tieni.
- Brutta giornata?
- …No.
Poi una Rover si accostava al marciapiede, lei apriva lo sportello e saliva.
- Ciao, grazie.
Richiuse lo sportello e la macchina andò via scomparendo al primo incrocio. Lui si alzò lentamente, chiuse la cerniera della giacca e si diresse verso casa con lo sguardo attento solo alla punta delle sue scarpe. Quando arrivò al portone, gettò in una pozza d’acqua il mozzicone ed entrò, salì le scale reggendosi al corrimano, sentiva le gambe stanche, più stanche del solito. Mise la chiave nella serratura, una mandata verso l’esterno e aprì la porta. Si fermò sulla soglia per qualche minuto, in piedi, fermo, immobile, fissando il niente. Poi entrò, si richiuse la porta alle spalle, si lasciò cadere sul divano e, molto lentamente, chiuse gli occhi. Gia dormiva.
La mattina seguente si svegliò nella stessa identica posizione in cui si era calato la sera prima. Per il lavoro era gia in ritardo. Si sciacquò la faccia, si infilò due dita in gola per vomitare e togliersi così quel fastidioso ma quasi affezionato senso di nausea, mise in uno zaino alcuni vestiti, prese la sua tenda da campeggio nel ripostiglio, la assicurò bene al suo bagaglio e uscì di casa senza prendere le chiavi. Aprì il portone, il sole gli sbattè dritto in faccia, strizzò gli occhi, accese una sigaretta e cominciò a camminare.
III
Primo Giorno ore una e trenta del mattino.
In qualunque modo andrà a finire, per me non farà alcuna differenza. Vorrei non essere ricordato da nessuno.
Cinque persone sono state davvero importanti nella mia vita e una di queste sono io. Potrei anche sembrare un po’ narcisista ed egocentrico, ma queste cinque persone sanno che non è così, non lo sono mai stato. Questo è quello che conta. Ho la nausea ad ogni mio risveglio, quella di Sartre, tutte le mattine, non sto più bene con me stesso; in questi ultimi anni ho perso qualcosa.
Vorrei tornare indietro, a quando ancora non avevo la barba e i peli sul petto; adesso li ho persino sulla lingua. Sono partito per questo. A dire la verità non so perché sono partito; ma lo scoprirò sicuramente strada facendo.
Oggi ho attraversato tutta la città a piedi, ci ho messo tre ore e quarantasette minuti, con due soste; ho proseguito attraverso la campagna e mi sono fermato qui, a circa trenta chilometri dal più vicino centro abitato. Sinceramente non so dove mi trovo, ma va bene così, per il momento. Volevo cominciare questo viaggio camminando, da domani farò l’autostop, ma cominciare a piedi era importante. Quando mi sono fermato ero stremato, non riuscivo quasi a respirare; mi sono ripreso dopo parecchi minuti.
Ho gia montato la tenda, l’ho addirittura fatto prima di fumare. Dopo aver mangiato.
Stamattina mi ha sfiorato più di una volta il pensiero di tornare indietro prima che fosse troppo tardi, ma non gli ho dato ascolto. Anche se in fin dei conti non so se ho fatto bene a partire; spero di non dovermi pentire della mia decisione.
Tra l’altro, mentre oggi attraversavo la città, mi è più volte tornato in mente lucidissimo, uno strano sogno fatto qualche notte fa. Ero agitato, non ricordo se avevo già stabilito di partire. Mi addormentai con una strana sensazione. Comunque, ero su una spiaggia immensa, grandissima, come non ne avevo mai viste, con un bel sole sulla testa, e di fronte un mare che canticchiava qualcosa, e io ero lì beato, e ho chiuso gli occhi per godere a pieno di tutti gli altri sensi, e quando li ho riaperti, all’improvviso, ero circondato da rifiuti, non ero più su una spiaggia ero su un’enorme montagna di rifiuti, e il sole non c’era più, e il mare era una fogna ributtante; solo che a differenza di prima, adesso ero circondato da centinaia, anzi migliaia di persone, che giocavano e si facevano il bagno e ridevano, e tutto intorno, nell’aria, c’era un fetore spaventoso. Mi ricordo che la mattina dopo mi sono svegliato con la puzza di spazzatura ancora nel naso, ma mi ricordo anche che non era un incubo. Voglio dire che non ero spaventato, non faceva parte degli incubi, li so distinguere ormai dai normali sogni.
Domani proseguirò sempre verso nord-est, so di essere ancora all’inizio, ma la voglia di arrivare è sempre più viva. Sarà una notte molto breve, speriamo che nessuno la interrompa.
Giorno 45
E’ passato poco più di un mese dalla mia partenza e non ho visto che prati e campi per miglia e miglia, perché diavolo penso in miglia?, sono stanco, penso di aver perso almeno dieci chili, le mie scorte di cibo sono finite ormai da due settimane. Vorrei tornare indietro ma non ho incontrato anima viva, in un mese, né un villaggio, un paese, una casa isolata, ma chi li coltiva questi campi?, e comunque non so dove sono, continuo a seguire le indicazioni del vecchio, ma non ho visto neanche uno dei punti di riferimento che mi ha dato. Sono stanco, ho ancora qualcosa da fumare, ma non mi aiuta con la fame, anzi. Quello che mi ha aiutato è stato l’incontro con quel nano oggi pomeriggio.
Stamattina mi sono alzato presto, saranno state le sette del mattino, il sole era altissimo, ho percorso quasi quaranta chilometri a nord. Mi ero fermato, saranno state le tre del pomeriggio, in un prato a mangiare un paio di mele, raccolte da uno degli alberi di nessuno incontrati sulla strada. Appena finito di mangiare, stavo per ripartire, quando vedo, sullo stesso sentiero che avevo percorso fino a quel momento, delinearsi una figura strana. Era un nano che spingeva un carrello, veniva da dove io volevo arrivare, o almeno è stata la prima cosa che ho pensato. Di scatto mi sono alzato e ho cominciato a correre verso di lui, non parlavo con qualcuno da troppo tempo,ero emozionato all’idea. Era alto la metà del carrello che spingeva, un piccolo uomo. Gli ho chiesto chi fosse e cosa facesse, ero frenetico, ripetevo le cose, parlavo velocemente, non riuscivo a controllarmi; ripensandoci adesso, non ero io. Comunque mi ha dato moltissime informazioni utili, il nano intendo, e mi ha anche rifornito di cibo e acqua. Poi gli ho detto dove stavo andando e mi è parso quasi intristirsi, mi ha indicato un altro sentiero sempre attraverso i campi, questi dannati campi, dice che è una scorciatoia, mi ha lasciato del pane e dell’acqua e anche qualche mela, e ha ripreso a camminare. Ho infilato tutto nello zaino e ho ripreso anch’io a camminare, ho preso la scorciatoia.
La scena attorno a me non sembra cambiata, spero di essere sulla strada giusta, anzi spero di essere a buon punto perché sono stanco, l’entusiasmo che avevo si sta fermando di volta in volta, dove mi accampo per dormire e dove mi fermo per mangiare, mi sta abbandonando. Spero di essere a buon punto, lo spero davvero.
Giorno 61
Ho camminato per due mesi, ho sofferto la fame come non mai, da solo, ho lasciato casa amici lavoro famiglia, e davanti ho quattro case e un pozzo. Il posto è questo, ci sono arrivato, si chiama Gallethvn, è la città dei galli di cui parlava il vecchio, deve essere questo, non so dove sono ma è l’unico centro abitato nel giro di chilometri e chilometri, questo è certo. E’ una desolazione, forse sono io il pazzo non quel vecchio, che diavolo ci faccio qui, come mi è venuto in mente. Sono arrivato stamattina verso le undici, ormai riesco a regolarmi con il sole, è un paesino, tutto recintato, non che mi aspettassi la grande metropoli, c’era un cartello all’ingresso, diceva “Benvenuti a Gallethvn. Curate la vostra mente.” Si entra da un grande cancello, si percorre un lungo viale alberato e si arriva alla piazza principale del paese. Una cosa però è vera, qui sono tutti gentili, c’è una calma fuori dal normale; appena sono arrivato in piazza, tre signori vestiti di bianco mi hanno portato dal sindaco, che dopo avermi fatta qualche domanda, mi ha fatto accompagnare in camera. Non sapevano sarei arrivato, ma avevano gia una stanza pronta per me, in un qualche tipo di residence. Mi hanno persino dato dei nuovi vestiti, questa camicia è un po’ stretta ma è fantastica, domani proverò a farmela cambiare. I tre signori vestiti di bianco devono essere del comitato di benvenuto, mi hanno portato un po’ in giro, mi hanno spiegato un po’ di cose, fatto vedere dove potevo trovare ciò che mi potrebbe servire. Ho anche conosciuto un po’ dei miei nuovi concittadini, molto simpatici, mi sono sembrati tutti persone perbene, istruite, intelligenti, con qualcuno mi sono anche fermato a parlare, hanno delle idee interessanti. Comunque il caso ha voluto che questo fosse l’ultimo foglio del mio quaderno, proprio il giorno del mio arrivo, domani cercherò di procurarmi della carta, anche se adesso mi viene difficile scrivere con le braccia incrociate. Vedrò di abituarmi. Credo che mi fermerò qui per qualche tempo, domani sarà una lunga prima giornata, devo essere pronto, riposato, meglio che vada a dormire. Buonanotte..
Quarta Parte
Mi ha bocciato. Sta stronza. Un’assistente tra l’altro, almeno fosse stato il professore..Non che abia fatto una gran figura in quell’aula, però.. E adesso sono nella merda, nella merda più totale e fangosa che ci possa essere. Merdamerda!! Adesso va tutto a puttane..con calma, ragioniamo, analizziamo bene la situazione, e cerchiamo di capire perchè, perchè..Che cazzo ci vuole, sei un cretino? no, non sono cretino..E allora?! quale cazzo è il fottutissimo problema?!…no, con calma..
Sono a terra, rimango sdraiato sul pavimento per quasi tre ore. Così non và bene, di questo passo non finirò mai, mi romperò le palle prima di arrivarci alla fine, anzi sai che c’è, che me le sono già rotte, ampiamente..Mi alzo. No, sto giù. Dice che in Norvegia, i pescherecci dei mari del nord cercano personale di bordo..potrei imbarcarmi, farmi sei mesi in mare, schiarirmi un pò le idee, dice che pagano bene..vuoi mettere però, torni qui dopo sei mesi in mare, nei mari del nord a pescare il baccalà, come minimo mi lego a un letto e non mi muovo per i successivi sei..
Ho bisogno di qualcosa. Voglio parlare con qualcuno. Ho bisogno di parlare con qualcuno. Piove. Come se non bastasse. E mi pare di capire che giù in strada ci sia stato un incidente. Ne ho visto uno un mese fa. Uno di quelli brutti, di quelli che subito pensi il peggio. Ero sceso a comprare le sigarette dal tabaccaio all’angolo, pioveva. E quel giorno non ha smesso neanche per un secondo. Tre euro e sessanta centesimi, stanno cominciando a esagerare. Esco dal tabacchi. Apro il pacchetto. Poi una sgommata. L’ha travolta. Una ragazza in bicicletta. C’è stato un gran silenzio subito dopo e poi l’acqua è aumentata. Lei, la ragazza, era a terra, credo svenuta, dall’auto salta fuori un individuo dall’aria sconvolta, ma non più di tanto. E giuro che in un momento tutti i curiosi erano lì, guardavo la bici distrutta con la ruota deformata che ancora girava a vuoto, ed ecco i curiosi che si accerchiano. Nessuno cercava di fare qualcosa, loro volevano solo guardare. Poi un tipo ha chiamato un’ambulanza, un altro cercava di diradare la folla che non lasciava spazio all’aria, e allora mi sono avvicinato anch’io, ho tolto la giacca e ho cominciato a tenerla sospesa sulla ragazza che continuava a inzupparsi. Non si doveva muovere, non dovevano toccarla prima dell’arrivo dell’ambulanza. Non era svenuta, da dove ero prima non potevo vederla, ma adesso le vedevo gli occhi, aperti, che cercavano qualcosa o qualcuno, si muovevano solo loro. E poi è arrivata, era ora, l’ambulanza. L’hanno caricata a bordo e sono partiti…E poi mi sono informato, ho chiesto un pò in giro, ce l’ha fatta, si è salvata e senza gravi conseguenze, ha rischiato la paralisi totale, per non parlare della morte. Avrei dato qualsiasi cosa per poterla reincontrare e abbracciare e congratularmi con lei per non aver mollato, perché se non molli per queste cose, poi non molli più per niente….Vado da Giulia “Ciao, sei a casa?”, “Si”, “Volevo fare due chiacchiere..ti va?”, “Certo, ma scherzi”.
Quinta parte
Apro gli occhi giro la testa con uno scatto nervoso verso la sveglia sono le quattro e mezza dice ma fuori c’è gia il sole. Mi alzo accendo la tv sono le nove e dieci. Alle otto sarei dovuto essere al lavoro. Cazzooo!! Rimango inebetito davanti allo schermo, che faccio?, avverto che ritardo, o cerco di sbrigarmi il prima possibile e mi scuso quando arrivo?, ho avuto un contrattempo. Verso in un bicchiere il fondo residuo di caffè che c’è nella macchinetta, non lo zucchero nemmeno, è troppo poco, giusto per appoggiare la sigaretta e andare a cacare.
Volevo fare una buona impressione almeno la prima settimana, invece sono ancora sul cesso alle nove e mezza del secondo giorno, morto di sonno, rincoglionito da ieri sera, forse stanotte ho vomitato anche quel pò di senso di responsabilità che mi era rimasto.
Qualche settimana fà, sull’orlo del baratro, finanziario e di autostima, ho chiamato Michele Bernardi, eravamo colleghi all’università, poi lui si è laureato, ha trovato un lavoro, credo stia anche per sposarsi, lavora in una piccola casa di produzione cinematografica, fà il direttore creativo, in pratica sceglie quali progetti portare avanti e quali scartare. “..si, sono un pò in difficoltà, e mi chiedevo se per caso avevi come inserirmi da qualche parte..non so..qualsiasi cosa..”, non sopportavo dover elemosinare così per un lavoro, ma era da un pò che pranzavo con caffè e sigarette e cenavo con pane e uova, “Passa domani dall’ufficio, vediamo di trovare qualcosa..e non ti buttare giu, vedrai che è solo un periodo”.
La settimana scorsa mi ha inserito in un cortometraggio come ciakkista, tre giorni di riprese, duecento euro. Ovviamente non ho saputo amministrarli al meglio, li ho spesi così come li ho guadagnati, in tre giorni. E ovviamente in alcol e fumo. Che coglione! Per fortuna un paio di giorni fà mi richiama Bernardi, dice “Stiamo iniziando a girare un corto, è la storia di un uomo che si rimpicciolisce fino a scomparire, si ritrova alla fine di nuovo nell’utero della madre, cosciente, ma non sopportando tutto questo decide di impiccarsi con il cordone ombelicale..è geniale vero, l’ha scritto uno dei nostri sceneggiatori più promettenti Aldo Maggio..comunque ti volevo proporre come direttore della fotografia..hai ancora bisogno di un lavoro, no?..che dici?”. Come il pane vorrei dirgli, ma mi trattengo. “Michele ma non so se sarei in grado..non l’ho mai fatto, ho giusto un pò di nozionistica..non vorrei fare qualche cazzata e rovinare tutto..accetto..”, “Allora il venti cominciamo le riprese, via di Boccea, dalle otto finchè non si finisce..domnde?”, “No, tutto chiaro..”, “Grande, conto su di te..mi raccomando puntuale..”.
Arrivo alle dieci meno un quarto, quindici minuti da via Catania a via di Boccea, ho rischiato la vita parecchie volte, sono in ritardo di due ore ma è un grossissimo record. Ho ancora lo stomaco a pezzi, parcheggio il motorino e mentre infilo la catena, un conato di vomito mi fà spuatre via quel goccio di caffè e un bel pò di bile. Non vedo l’ora di finire questa giornata..è appena iniziata ma già mi sta sulle palle..”Ciao a tutti..scusate il ritardo..ho avuto un contrattempo con il motorino, la ruota era bucata e poi non partiva era ingolfato”….